Quando l’arte dell’anima parla la lingua antica: Focu, la silloge incandescente in lingua siciliana di Giuseppe Gerbino

“Al tempo, per avergli tolto tempo, senza sapere se era il tempo…”   (G. Gerbino)

 

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Titolo: Focu. Poesie in lingua siciliana. Autore: Giuseppe Gerbino. Editore: Drepanum, 2016. ISBN : 8897886868, 9788897886860

              Il tempo è senza dubbio la cosa più preziosa di cui disponiamo: ci rende padroni della nostra esistenza, immersa nel perenne presente dell’adesso, unica dimensione che realmente sperimentiamo.

       Il passato, i ricordi, si trasformano nelle riflessioni del presente i cui pensieri diventano specchio delle emozioni che le esperienze passate ci hanno impresso: “Focu” di Giuseppe Gerbino è come una lanterna accesa sul presente dell’esistenza.

           Questo presente, cosi pregnante e vivo, resta sigillato nella successione ferma  degli istanti, dimostrando che lo slancio al futuro non appartiene alla nostra matrice ( “Ma lu nnumani ‘un è sicuru, e a scornu, penzu pi lu prisenti, penzu a stiornu!” – Stiornu, pg.73; traduzione: “Ma il domani non è sicuro, e per non sbagliare penso al presente, penso a questo giorno” – Questo giorno).  

         Le scelte, i rapporti, le gioie, le angosce, gli eventi sono tutti profondamente radicati ad un presente fermo, fatto di riflessione e introspezione, sensazioni ragionate e allo stesso tempo istintive, elevazioni di preghiere e rese dei conti (“E puru eu n’arrestu nnifferenti: tu mi firisti, chi ti poi aspittari?!” – Stidda mbrugghiuna, pg.37; traduzione: “E pure io non resto indifferente: tu mi hai ferito, che ti puoi aspettare?” – Stella imbrogliona) .

               Questo groviglio del presente si accende, incandescente ed esplosivo, come un Fuoco che può essere alimentato solo dalla fiamma sacra della poesia. Ed è così che Giuseppe Gerbino aggiunge legna al fuoco: la lingua dell’anima, quella antica, quella intrecciata alle fibre più profonde del nostro essere, infiamma l’istinto, amplifica le emozioni, consegna verità intime e assolute. Dalla lingua del profondo, quella della nostra più intima esistenza, si schiudono sensazioni, percezioni, reminiscenze che investono a fior di pelle  chi legge le poesie di Giuseppe Gerbino, e che centrano l’anima di chi entra nel “Focu” della poesia dell’autore.

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Prof. Giuseppe Gerbino, autore silloge “Focu” (2016, Drepanum Edizioni).

          Il “Focu” di Giuseppe Gerbino consuma materiale e argomenti di ogni lignaggio, così come nella varietà del presente si susseguono, attimo dopo attimo, le vicende più disparate e disperate, fauste o infauste. Cosi prende forma una galleria di storie e tematiche fatte di vita vissuta, amata, amara.

               Amore, sacralità, imponderabilità della storia e degli eventi sono le variabili fondamentali della vita, così come della silloge di Giuseppe Gerbino. Ma ciò che colpisce di più è la capacità di Gerbino di entrare affondo nello spirito delle cose, con estrema capacità di analisi del sentire (“Sapiddu si ti veni di smaniàri a lu pinzeri d’essiri cu mia, si t’addisii di strincirimi e vasari e mi voi beni puru a la fuddia” – Moru, pg.32; traduzione: “Chissà se ti viene la smania al pensiero di essere con me, se desideri stringermi e baciarmi e se mi vuoi fino alla follia”- Muoio); come un chirurgo delle emozioni che seziona ogni pensiero e fa a pezzi le sovrastrutture di facciata (“Nun addumannu nenti, vogghiu sulu, la libertà di diri: “Vafanculu!” – Sfogu; traduzione: “Non chiedo niente, voglio solo la libertà di dire:”Vaffanculo!” – Sfogo).

                Fantasia, sogni e realtà si intrecciano in una trama fittissima, fatta di dilemmi e inganni dai quali cercare scampo, ad ogni costo (“quali è lu truccu pi nun stari mali? Criu nta li sonni o a la rialtà? C’è ngannu? O a dda farfalla ci ha scippari l’ali?!” – Dilemma; traduzione: “qual è il segreto per non stare male? Devo credere ai sogni o alla realtà? C’è inganno? O a quella farfalla (= la fantasia) devo spezzare le ali?”).

               Ma in mezzo a questo groviglio di pensieri e sensazioni, Gerbino elabora una delle più sagge considerazioni sull’agire:

                  “O penzi o Fai:

Si voi na cosa, falla nun pinzari

s’è giusta o s’è sbagghiata! Nta ssu mentri

lu tempu passa e senti marturiàri

lu cori, l’arma; rùsica la ventri…

 Allura, la dumanna chi t’hà fari

– e di sicuru l’ubiettivu centri-

nun è: “La ‘nzertu?” “Sbagghiu?” “Si ma poi?”.

Dumànnati, si è veru chi la voi!”

           (traduzione: Se vuoi una cosa, falla, non pensare se è giusta o se è sbagliata! Perchè mentre ci pensi il tempo passa e ti senti martoriare il cuore, l’anima, ti rosica il ventre… Allora, la domanda che ti devi porre – e di sicuro non sbagli- non è: “La indovino?” “Sbaglio?” “Si ma poi?”. Domandati piuttosto, se è vero che la vuoi! – O pensi o fai, pg.36).

            Noi, quindi, non abbiamo altra scelta del carpe diem, non altre possibilità di esistenza oltre l‘hic et nunc: viviamo immersi nel tempo presente del nostro pensiero e non abbiamo altra possibilità d’azione se non quella di perseguire ciò che più intimamente desideriamo, perchè tanto poi, come dicevano i vecchi saggi, “o dumani penza ddiu!” (traduzione: “al domani ci pensa Dio”).

                Marzia Vaccino

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